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Kat kleevage - bianco amazon d Imponente hawt sgualdrina kat Kat giovane - asiatico giovani Biondo puttana katarina kat sb La mia pagina è lasciva, la mia vita è proba.

I miei scritti sono impertinenti, licenziosi e lussuriosi, ma la mia vita è morigerata, onesta, retta e casta. E come Catullo in Marziale considera Catullo il suo modello di poesia epigrammatica; questo lo attesta in numerosi epigrammi: A giustificazione dei suoi epigrammi osceni ancora scrive in I.

Priapo Priapus Il Priapo era una divinità agreste posta a protezione dei campi, degli orti e dei giardini, ed anche dio della fertilità della natura e della virilità, dotato di un enorme fallo perennemente ed oscenamente eretto o poteva semplicemente essere una entità dalle sembianze falliche. Il culto di Priapo era praticato in Grecia nel periodo ellenistico, nascendo forse già nel VI secolo a. I contadini ponevano cippi di forma fallica a delimitazione dei loro campi custodes hortorum ; il Priapo era generalmente armato di un falcetto o di una zappa ed in testa gli venivano poste delle canne, che fungevano da spaventapasseri; nei confronti degli umani il Priapo forniva una protezione simbolica e allontanava dal campo il malocchio degli invidiosi Ovidio, Metamorphoses XIV.

L'usanza di utilizzare dei cippi fallici è ancora oggi talvolta riscontrabile al sud Italia o nelle Isole ed anche in Spagna, in Grecia e in Macedonia. I poemetti dedicati ai Priapi erano solitamente trascritti su lastre poste alla base dei Priapi situati a protezione di giardini e campagne coltivate ed erano quindi destinati ad esser letti anche da chi si accingeva ad effettuare dei furti in quei campi; per questo solitamente il Priapo si rivolge in prima persona al lettore, minacciandolo delle sue punizioni in caso di furti.

Il dio era solito punire gli umani con la penetrazione, vaginale per le donne, orale per gli uomini, anale per i giovani maschi Priapea 13, Priapea 22 ; a volte la punizione poteva consistere nella penetrazione anale per tutti i trasgressori Priapea 11, Priapea 31 , od anche prima anale e poi orale; se invece un umano desiderava le sue punizioni, la sua raffinata perversione lo portava a rifiutarsi di infliggere la punizione stessa Priapea I Priapea Priapeia o Carmina Priapea sono una raccolta di 83 poemetti satirici dedicati a Priapo scritti in epoca classica; gli autori sono ignoti ma si ritiene possano esser stati scritti dai poeti che si incontravano al cenacolo di Mecenate; oltre a questi si hanno altri dodici epigrammi, per un totale di 95, attribuiti ad Albio Tibullo 84 , a Marziale 85, 86, 90, 91, 92, 93, 94 a Catullo 87, 88, 89 , a Orazio 95 , oltre a ulteriori tre appartenenti alla appendix virgiliana priapea virgiliani.

I Carmina Priapea sul web: Versione latina e traduzione inglese: Sportive Epigrams on Priapus [translation by Leonard C. Smithers and Sir Richard Burton, ] Solo versione latina: Carmina Priapea Impudicus digitus - mostrare il dito medio alzato Quella di offendere le persone con la mano stretta a pugno ed il dito medio sollevato non è un'usanza nata in USA; già nel mondo greco si faceva riferimento a tale gesto osceno, come risulta dalla commedia " Le nuvole " di Aristofane a.

Anche questa usanza dal mondo greco si diffuse in Roma: Svetonio cita il digitum alludendo al medio:. Suetonius, de vita Caesarum, divus Augustus, 45 [ Vita dei Cesari, il divo Augusto, 45 "[ Dito impudico o infame assumeva quindi una valenza oscena ma poteva tuttavia essere anche usato in modo quasi neutro.

Il significato osceno del gesto è rimasto lo stesso nei secoli: Altre testimonianze del linguaggio osceno Tra gli autori che talvolta utilizzarono tali termini, oltre a Marziale e Catullo, vanno anche ricordati Giovenale, Plauto ed alcune satire giovanili di Orazio; di Orazio da ricordare ad esempio la satira del Liber I sermo VIII sulle pratiche magico-demoniache di Sagana e Canidia al Campo Esquilino e sul Priapo posto a guardia di quei giardini.

Inoltre va ricordato il Satyricon di Petronio, di cui ci sono pervenuti solo gran parte dei libri XIV e XVI e per intero il XV libro, che contiene la cena di Trimalchione Cena Trimalchionis ; probabilmente lo scritto venne distrutto per via della licenziosità degli argomenti descritti. Che le tematiche sessuali fossero ampiamente trattate nella vita reale degli antichi romani, oltre che esser scontato, è provato da alcuni affreschi a sfondo sessuale che sono stati ritrovati, e dai resti di frasi scritte sui muri dai writers antichi romani, graffiti ritrovati in gran numero ad esempio sui muri di Pompei ed Ercolano.

Cicerone Nelle Epistule ad Familiares esamina e conferma il carattere osceno e profano di molti di questi termini. In questa pagina ho raccolto alcuni di tali epigrammi col testo in latino e con la relativa traduzione. Contigeris nostros, Caesar, si forte libellos, Terrarum dominum pone supercilium.

Consuevere iocos vestri quoque ferre triumphi, Materiam dictis nec pudet esse ducem. Qua Thymelen spectas derisoremque Latinum, Illa fronte precor carmina nostra legas. Innocuos censura potest permittere lusus: Lasciva est nobis pagina, vita proba. Se, piacendo alla sorte, ti capiterrano tra le mani i miei libretti, Cesare, Signore del mondo, distendi il tuo sopracciglio. Anche i tuoi trionfi son soliti provocare burle e facezie, né il condottiero si vergogna d'esser oggetto di qualche scherzo.

T'imploro leggi le mie poesie con quello stesso sguardo che hai quando osservi Timele e il dileggiatore Latino. Versus scribere me parum severos Nec quos praelegat in schola magister, Corneli, quereris: Quid si me iubeas talassionem Verbis dicere non talassionis? Quis Floralia vestit et stolatum Permittit meretricibus pudorem? Quare deposita severitate Parcas lusibus et iocis rogamus, Nec castrare velis meos libellos. Cosa sarebbe se tu mi proponessi di scrivere una canzone nuziale usando parole non ammesse nelle occasioni nuziali?

Per cui, ti chiedo, abbandona la severità, abbi riguardo per le lussurie e le facezie, e non castrare i miei libretti mentre spiccano il volo. Omnia quod scribis castis epigrammata verbis Inque tuis nulla est mentula carminibus, Admiror, laudo; nihil est te sanctius uno: At mea luxuria pagina nulla vacat.

At tua, Cosconi, venerandaque sanctaque verba A pueris debent virginibusque legi. Tutti gli epigrammi che scrivi contengon solo caste parole ed io ammiro e rispetto che nei tuoi poemetti mai è citato il cazzo; nessuno è pio e virtuoso come te: Mentre le tue parole venerate e pure, Cosconio, debbon esser lette dai giovanetti adolescenti e dalle fanciulle illibate.

Dulcia cum tantum scribas epigrammata semper Et cerussata candidiora cute, Nullaque mica salis nec amari fellis in illis Gutta sit, o demens, vis tamen illa legi! Infanti melimela dato fatuasque mariscas: Nam mihi, quae novit pungere, Chia sapit.

Qui legis Oedipoden caligantemque Thyesten, Colchidas et Scyllas, quid nisi monstra legis? Quid te vana iuvant miserae ludibria chartae? Hoc lege, quod possit dicere vita 'Meum est.

Sed non vis, Mamurra, tuos cognoscere mores Nec te scire: Tu che leggi di Edipo e del tenebroso Tieste, di Medea e di Scilla, cos'altro leggi se non mostruosità? Cosa t'importa del ratto di Ila, cosa di Partenopeo ed Atte, cosa te ne viene da Endimione addormentato? O cosa dal fanciullo Icaro spogliato delle cadenti penne?

O piuttosto da Ermafrodito che odia le acque in amore per lui? A cosa ti giovano le false e vuote sciocchezze di scritti mediocri?

Leggi questo piuttosto , sulla vita che tu possa dire 'è la mia'. Qui non troverai Centauri, non Gorgoni né Arpie: La mia pagina ha il sapore dell'uomo. Ma tu non desideri, Mamurra, conoscere i tuoi costumi né capire te stesso: Caesaris Augusti lascivos, livide, versus Sex lege, qui tristis verba latina legis: Fulviam ego ut futuam?

Quid, quod mihi vita Carior est ipsa mentula? Tu che, livido di invidia, leggi le mie frasi latine con severità, leggiti questi sei giocosi versi di Cesare Augusto: Io dovrei scoparmi Fulvia? E cosa dovrei fare, se Manio m'implorasse d'incularlo? Non credo, se m'è rimasto un po' di buon senso. Che risuonino i segnali di battaglia! Fulvia 83 - 40 a.

Cum dicis 'Propero, fac si facis,' Hedyle, languet Protinus et cessat debilitata Venus. Hedyle, si properas, dic mihi, ne properem. Il frettoloso Edilo Quando dici 'sbrigati, fallo se desideri', Edilo, l'erezione perde vigore e l'indebolito desiderio vien meno.

Edilo, se hai fretta, dimmi di fare con calma. A Edilo, se c'hai prescia, dimme de fa' co' carma. Milia pro puero centum me mango poposcit: Hoc dolet et queritur de me mea mentula secum laudaturque meam Phoebus in invidiam.

Sed sestertiolum donavit mentula Phoebo bis decies: Il mercante mi chiese centomila sesterzi per un fanciullo: Ma il cazzo ha donato a Phebo due milioni di sesterzi: Phebo aveva accumulato due milioni di sesterzi prostituendosi, e quindi grazie al suo pene.

Cum dixi ficus, rides quasi barbara verba et dici ficos, Laetiliane, iubes. Dicemus ficus, quas scimus in arbore nasci, Dicemus ficos, Caeciliane, tuos. Ho detto 'fichi' e tu ridi quasi ch'io parlassi come un barbaro e pretendi, Lietoano, che si dica 'ficozzi'. Allora chiameremo 'fichi' quelli che sappiamo nascer sull'albero, 'ficozzi' quelli che spuntan dal tuo culo, Ceciliano. Pulchre valet Charinus, et tamen pallet.

Parce bibit Charinus, et tamen pallet. Bene concoquit Charinus, et tamen pallet. Sole utitur Charinus, et tamen pallet. Cunnum Charinus lingit, et tamen pallet.

Stà in ottima salute, Carino, e tuttavia è pallido. Beve moderatamente, Carino, e tuttavia è pallido. Digerisce assai bene, Carino, e tuttavia è pallido. Ha piacere di prendere il sole, Carino, e tuttavia è pallido. Mette l'olio sulla pelle, Carino, e tuttavia è pallido. Carino lecca la fica, ma resta sempre pallido. Quod numquam maribus iunctam te, Bassa, videbam Quodque tibi moechum fabula nulla dabat, Omne sed officium circa te semper obibat Turba tui sexus, non adeunte viro, 5 Esse videbaris, fateor, Lucretia nobis: At tu, pro facinus, Bassa, fututor eras.

Inter se geminos audes committere cunnos Mentiturque virum prodigiosa Venus. Commenta es dignum Thebano aenigmate monstrum, 10 Hic ubi vir non est, ut sit adulterium.

La lesbica Bassa Poiché mai ti ho visto abbracciata ad un uomo, Bassa, e poiché alcuna chiacchera ti coinvolgeva con un adultero, ma ad ogni occasione intorno a te sempre partecipava una moltitudine del tuo sesso, senza che uomo alcuno si avvicinasse, 5 mi apparivi, te lo confesso, come una casta Lucrezia: Tu hai il coraggio di congiungere tra loro due fiche e con una bizzarra libidine fai finta di essere un uomo.

Hai inventato un mostro degno dell'enigma tebano, 10 in questo luogo ove non c'è un uomo, pure c'è l'adulterio. Saepe mihi queritur non siccis Cestos ocellis, Tangi se digito, Mamuriane, tuo.

Non opus est digito: Sed si nec focus est nudi nec sponda grabati nec curtus Chiones Antiopesve calix, cerea si pendet lumbis et scripta lacerna dimidiasque nates Gallica paeda tegit, pasceris et nigrae solo nidore culinae et bibis inmundam cum cane pronus aquam: Denique pedica, Mamuriane, satur. Cestio cogli occhietti umidi si lamenta di continuo con me, Mamuriano, d'esser punzecchiato dal tuo dito medio.

Questo non è lavoro per un dito: Ma non possiedi un focolare domestico né un misero lettuccio privo di sponde e neanche un calice smozzato di Chione o di Antiope, dai lombi ti penzola una mantella scolorita piena di chiazze e le tue natiche son coperte sol per metà da lacere brache spetezzate, ti nutri col solo fumo nero d'una sudicia cucina e messo ginocchioni bevi acqua nauseante insieme al cane: E allora, Mamuriano, incula pure, ma ben riempito dal mio dito.

Cestio, un servo di Marziale; tango, tetigi, tactum, ere: Il dito di Marziale, quindi, riesce a render sazio Mamuriano, satur , non dalla fame evidentemente, ma satur nel senso di pieno, chiarendo definitivamente che ad esser riempito dal dito sarà il suo culum. Si non molestum est teque non piget, scazon, nostro rogamus pauca verba Materno dicas in aurem sic ut audiat solus.

Amator ille tristium lacernarum et baeticatus atque leucophaeatus, qui coccinatos non putat viros esse amethystinasque mulierum vocat vestes, nativa laudet, habeat et licet semper fuscos colores, galbinos habet mores. Rogabit, unde suspicer virum mollem. Quaeris quis hic sit? Quell'appassionato amatore dal tristo mantello e cogl'abiti di lana betica e dall'aspetto grigiastro, che non ritiene esser uomini quelli coi vestiti scarlatti e che dichiara esser per donne le vesti color ametista, che loda le cose naturali, e possiede e si concede sempre colori oscuri, proprio lui, par che abbia abitudini da finocchio.

Lui ti domanderà da cos'io sospetti esser costui una femminuccia. Domandi chi sia costui? Al momento me ne sfugge il nome.

Rideto multum qui te, Sextille, cinaedum Dixerit et digitum porrigito medium. Sed nec pedico es nec tu, Sextille, fututor, Calda Vetustinae nec tibi bucca placet. Nescio, sed tu scis res superesse duas. Riderai a profusione, Sestillo, di chi sostiene che tu lo prendi in culo ed allungherai il dito medio mostrandoglielo. Ma tu non sei un cultore, Sestillo, del culo né della fica, e neppur ti piace la calda bocca di Vetustina.

Io non lo so', ma tu sai che son rimaste due possibilità. Sestillo; diminutivo di Sextus , usato con accezione dispegiativa; il diminutivo vezzeggiativo è invece Sextilius Sestilio. Marziale propone una sorta di indovinello: Nei versi Marziale difende Sestillo dall'accusa di essere un cinaedus , colui che riceve la penetrazione anale, invitandolo a ridere di tali accuse ed a mostrare per tutta risposta il dito medio in segno di sfida; nei versi 3 e 4 lo scrittore enumera tutti i ruoli considerati maschili-attivi-penetrativi: L'epigramma è strutturato come un sillogismo: Sestillo non è cinaedus , premessa minore dei versi Sestillo non è pedico , fututor , irrumator , conclusione dei versi Sestillo è fellator o cunnilingus ; in ogni sezione ricorre il vocativo di Sestillo sempre nella medesima posizione metrica; si osservi che nella premessa maggiore difende la mascolinità di Sestillo e nella conclusione fulminante lo offende in modo peggiore, almeno secondo i canoni antichi romani per cui la peggiore depravazione per il maschio adulto era ricevere la penetrazione orale era questa la punizione canonica inflitta dal priapo all'adulto di sesso maschile.

Cur non basio te, Philaeni? Haec qui basiat, o Philaeni, fellat. Perché non ti bacio, Fileni? Chi bacia questo, Fileni mia, succhia un cazzo. Quae tibi non stabat praecisa est mentula, Glypte. Demens, cum ferro quid tibi? Glytto, il tuo uccello che non si rizzava fu reciso. Di già eri castrato. Subdola famosae moneo fuge retia moechae, levior o conchis, Galle, Cytheriacis. Attento, guardati dalla subdola insidia di quella famosa zoccola, cazzomoscio, più liscio e viscido delle conchiglie di Citèra.

Fai affidamento sulle tue chiappe? Il marito non è solito metterlo in culo: Gallo; potrebbe riferirsi ad un nomen ma anche essere usato come riferimento alla impotenza del personaggio, il quale essendo liscio, ossia depilato, si presume potesse essere effeminato e di conseguenza, procedendo per stereotipi, anche poco mascolino cioé con difficoltà di erezione, da cui Gallo, il nome attribuito ai sacerdoti di Cibele che erano soliti castrarsi o evirarsi; Cytheriacus, a ,um: Uxorem nolo Telesinam ducere: Sed pueris dat Telesina.

Non voglio condurre Telesina in moglie: Ma Telesina si dedica ai ragazzi. Quod fellas et aquam potas, nil, Lesbia, peccas. Qua tibi parte opus est, Lesbia, sumis aquam. Unus saepe tibi tota denarius arca Cum sit et hic culo tritior, Hylle, tuo, Non tamen hunc pistor, non auferet hunc tibi copo, Sed si quis nimio pene superbus erit. Infelix venter spectat convivia culi Et semper miser hic esurit, ille vorat. Solitamente il tuo intero forziere contiene un solo denario che è più consumato, Hyllo, del tuo culo, e non te lo porterà via il fornaio, e neanche l'oste della taverna, ma andrà a qualche arrogante dotato d'un pene esagerato.

Il triste stomaco assiste al banchetto del culo e sempre questo, sventurato, ha fame, quello, ingordo , divora. Quid de te, Line, suspicetur uxor et qua parte velit pudiciorem, certis indiciis satis probavit, custodem tibi quae dedit spadonem.

Nil nasutius hac maligniusque. Quel che sospetta di te tua moglie, Lino, e su quale parte lei desideri tu ti mantenga decoroso, lo ha dimostrato adeguatamente con indizi sicuri, nel momento che ti ha affidato a un custode eunuco.

Non esiste qualcuno perspicace e dispettoso come lei. Nil nasutius hac maligniusque: Cum tibi vernarent dubia lanugine malae, lambebat medios inproba lingua viros. Postquam triste caput fastidia vispillonum et miseri meruit taedia carnificis, uteris ore aliter nimiaque aerugine captus adlatras nomen quod tibi cumque datur.

Haereat inguinibus potius tam noxia lingua: Successivamente la tua deplorevole persona si è prostituita agli sprezzanti becchini e alla noia del miserabile boia, usi la bocca in un altro modo e preso da una smodata cupidigia in qualunque momento urli rabbioso, qual latrato d'un cane, il nome che ti viene indicato. Una lingua tanto malefica è preferibile si incolli agli inguini: Quod pectus, quod crura tibi, quod bracchia vellis, Quod cincta est brevibus mentula tonsa pilis: Hoc praestas, Labiene, tuae - quis nescit?

Cui praestas, culum quod, Labiene, pilas? Ma il culo, Labieno, quello, per chi lo depili? Non vis in solio prius lavari quemquam, Cotile: Primus te licet abluas: Tu, Cotilo, desideri che nessuno seduto nel sedile della tinozza si lavi prima di te: Ti è consentito lavarti per primo: Marziale, suggerendo a Cotilo di lavare prima l'uccello e poi la faccia, allude al fatto che la sua bocca fosse la cosa più sporca, cioè che fosse un fellator, ponendo anche in evidenza che questa tra tutte le possibili pratiche sessuali fosse la più sporca ed ignobile.

Quod nimio gaudes noctem producere vino, Ignosco: Carmina quod scribis Musis et Apolline nullo, Laudari debes: Quod fellas, vitium dic mihi cuius habes? I vizi di Gauro Io ti scuso se col troppo vino trascorri lieto la notte: Per il fatto che scrivi versi senza alcuna ispirazione dalle Muse e da Apollo, devi esser lodato: Deliziarsi in allegri festini con abbondante cibo e bevande.

Praedia solus habes et solus, Candide, nummos, Aurea solus habes, murrina solus habes, Massica solus habes et Opimi Caecuba solus, Et cor solus habes, solus et ingenium.

La moglie di Candido Tu solo possiedi i poderi e solo tuoi, Candido, sono i quattrini, solo tuo l'oro, solo tua la mirra, tu solo hai anfore di massica e caecuba di Opimio, e tuo solo è il sentimento, e tuo solo l'ingegno. Tu solo hai ogni cosa - questo, credimi, vorrei negarlo - ma la moglie, Candido, quella la condividi con il popolo intero. Quod spirat tenera malum mordente puella, Quod de Corycio quae venit aura croco; Vinea quod primis floret cum cana racemis, Gramina quod redolent, quae modo carpsit ovis; Quod myrtus, quod messor Arabs, quod sucina trita, Pallidus Eoo ture quod ignis olet; Glaeba quod aestivo leviter cum spargitur imbre, Quod madidas nardo passa corona comas: Quid si tota dares illa sine invidia?

Il profumo dei tuoi baci Quello che emana da una tenera fanciulla mentre morde una mela, quello che si diffonde con un soffio dallo zafferano di Coricio; che proviene dalla vigna quando fiorisce resa cenerina per i primi grappoli, che si leva dal pascolo erboso, or ora brucato dalle pecore; l'odore del mirto, del mietitore arabo, dell'ambra fatta in pezzi, del fuoco reso pallido per l'incenso orientale che vi brucia ; che si spande dalla zolla d'erba dopo la lieve pioggia estiva, che si propaga dalla ghirlanda posta su chiome madide di nardo: Cosa sarebbe se me li dessi tutti senza farmeli penare?

Mentula cum doleat puero, tibi, Naevole, culus, Non sum divinus, sed scio quid facias. Vis futui, nec vis mecum, Saufeia, lavari. Nescio quod magnum suspicor esse nefas.

Aut tibi pannosae dependent pectore mammae, Aut sulcos uteri prodere nuda times, 5 Aut infinito lacerum patet inguen hiatu, Aut aliquid cunni prominet ore tui.

Sed nihil est horum, credo, pulcherrima nuda es. Si verum est, vitium peius habes: La sciocca Saufeia Desideri esser fottuta, Saufeia, ma non hai voglia di lavarti con me. Non capendone il motivo sospetto si tratti d'una enorme bruttura.

Forse le mammelle penzolano sbrindellate dal tuo petto, o da nuda temi di esporre le pieghe di grasso del ventre, o il lacero inguine si apre su una smisurata voragine, o piuttosto dalle labbra della tua fica fuoriesce qualcosa. Ma non è nulla di tutto questo, io credo, e da nuda sei bellissima.

Se è vero, hai un difetto peggiore: Dormis cum pueris mutuniatis, et non stat tibi, Galle, quod stat illis. Quid vis me, rogo, Phoebe, suspicari? Mollem credere te virum volebam, sed rumor negat esse te cinaedum. Dormi coi ragazzetti ben cazzuti, cazzomoscio, e quel che a loro stà ben ritto a te non resta duro.

Cosa vuoi, mi chiedo, Phebo, ch'io supponga? Avrei preferito crederti una femminuccia, ma le voci negano che tu sia una checca pigliainculo. Spesso quando Marziale si riferisce al rumor, le voci, le chiacchere, allude alla fellatio. Stare, Luperce, tibi iam pridem mentula desit, Luctaris demens tu tamen arrigere. Sed nihil erucae faciunt bulbique salaces, Inproba nec prosunt iam satureia tibi.

Sic quoque non vivit sollicitata Venus. Mirari satis hoc quisquam vel credere possit, Quod non stat, magno stare, Luperce, tibi? Ormai da qualche tempo il cazzo non ti si drizza, Luperco, nondimeno tu lotti delirante cercando di fartelo indurire.

Ma non hanno alcun effetto la rucola e le cipolle afrodisiache, né in aggiunta ti è utile la famigerata santoreggia. Nel primo verso usa stare nel senso di erezione, nel verso 8 usa col medesimo significato stat ed anche magno stare alludendo invece al grande costo dei suoi tentativi per ritrovare l'erezione. Rem peragit nullam Sertorius, inchoat omnes. Hunc ego, cum futuit, non puto perficere. Su Sertorio, che nulla termina Sertorio tutto incomincia, alcun cosa termina.

Anche quando scopa, io ritengo, non finisce. Narrat te, Chione, rumor numquam esse fututam Atque nihil cunno purius esse tuo. Tecta tamen non hac, qua debes, parte lavaris: Si pudor est, transfer subligar in faciem.

Tuttavia la parte coperta che devi lavare alle terme non è questa: Sunt gemini fratres, diversa sed inguina lingunt. Dicite, dissimiles sunt magis, an similes? Sono fratelli gemelli, ma leccano genitali opposti.

Voi che dite, sono più diversi, o più somiglianti? Per Marziale sono assai simili, in quanto entrambe le cose erano considerate una depravazione per un uomo. Cum tibi trecenti consules, Vetustilla, Et tres capilli quattuorque sint dentes, Pectus cicadae, crus colorque formicae; Rugosiorem cum geras stola frontem 5 Et araneorum cassibus pares mammas; Cum conparata rictibus tuis ora Niliacus habeat corcodilus angusta, Meliusque ranae garriant Ravennates, Et Atrianus dulcius culex cantet, 10 Videasque quantum noctuae vident mane, Et illud oleas quod viri capellarum, Et anatis habeas orthopygium macrae, Senemque Cynicum vincat osseus cunnus; Cum te lucerna balneator extincta 15 Admittat inter bustuarias moechas; Cum bruma mensem sit tibi per Augustum Regelare nec te pestilentia possit: Audes ducentas nuptuire post mortes Virumque demens cineribus tuis quaeris 20 Prurire.

Quid si Sattiae velit saxum? Quis coniugem te, quis vocabit uxorem, Philomelus aviam quam vocaverat nuper? Quod si cadaver exigis tuum scalpi, Sternatur Acori de triclinio lectus, 25 Talassionem qui tuum decet solus, Ustorque taedas praeferat novae nuptae: Intrare in istum sola fax potest cunnum.

Chi desidera il sasso tombale di Sattia? Chi mai si unirà a te, chi ti chiamerà moglie, quando Filomelo non tanto tempo fa' già ti chiamava nonna? Se pretendi che qualcuno scavi fuori il tuo cadavere, che si prepari il letto del triclinio infernale 25 il solo adeguato al tuo talamo nuziale, e il crematore porti dinnanzi alla nuova sposa la torcia: Cinico, appartenente alla scuola filosofica dei Cinici. Lingis, non futuis meam puellam Et garris quasi moechus et fututor.

Si te prendero, Gargili, tacebis. Quel fanfarone di Gargilio Non fotti la mia ragazza, la lecchi e blateri quasi tu fossi un adultero e sciupafemmine. Se ti acchiappo, Gargilio, tacerai. Quod siccae redolet palus lacunae, Crudarum nebulae quod Albularum, Piscinae vetus aura quod marinae, Quod pressa piger hircus in capella, 5 Lassi vardaicus quod evocati, Quod bis murice vellus inquinatum, Quod ieiunia sabbatariarum, Maestorum quod anhelitus reorum, Quod spurcae moriens lucerna Ledae, 10 Quod ceromata faece de Sabina, Quod volpis fuga, viperae cubile, Mallem quam quod oles olere, Bassa.

La puzza di Bassa Quello che la palude esala dalla pozza prosciugata, quello del miasma delle indigeste acque albule, lo stantio fetore del vivaio marino, del pigro caprone mentre monta la capretta, 5 quello dei vecchi calzari dello stanco veterano richiamato, della mantella di lana ormai tinta due volte con la porpora, il fiato delle donne ebree che fanno il digiuno, l'affannoso respiro degli smorti furfanti riconosciuti colpevoli, la lucerna che stà per spegnersi in casa della lurida Leda, 10 l'unguento ottenuto dalla posatura di olio Sabino, quello della volpe che fugge spaventata , che proviene dalla tana d'una vipera, preferirei puzzare di tutto questo, Bassa, piuttosto che emanare il tuo tanfo.

Le acque di Albula: Cur, here quod dederas, hodie, puer Hylle, negasti, durus tam subito, qui modo mitis eras?

Sed iam causaris barbamque annosque pilosque. O nox quam longa es, quae facis una senem! Ma adesso porti a giustificazione la barba, gli anni, i peli. Oh, notte, come sei lunga, che da sola rendi un uomo vecchio! Perché ti prendi gioco di me? Ieri eri un ragazzo, Hyllo, ma dimmi, come hai fatto oggi a stabilire che sei un uomo? Non dixi, Coracine, te cinaedum: Si dixi, Coracine, te cinaedum, iratam mihi Pontiae lagonam, iratum calicem mihi Metili: Hoc leve et pusillum, quod notum est, quod et ipse non negabis, dixi te, Coracine, cunnilingum.

Coracino leccafica Non ho detto, Coracino, che tu sei un pigliainculo: Se mai avessi detto, Coracino, che sei una frocia, ch'io potessi conoscere il veleno della fiasca di Ponzia, ch'io potessi conoscere il veleno del calice di Metilio: Cosa ho detto allora?

Cibele, appartenente a Cibele; un culto officiato da sacerdoti, detti Galli, che si erano castrati per rendere onore alla divinità. Percidi gaudes, percisus, Papyle, ploras. Cur, quae vis fieri, Papyle, facta doles? Godi a essere inculato, Papilo, e dopo esserti fatto inculare piangi e ti lamenti.

Perché mai, Papilo, quel che desideri che accada, una volta accaduto ti fà soffrire? Sei forse rammaricato del tuo osceno desiderio? O piuttosto, Papilo, versi lacrime perché hai terminato di farti inculare, e vuoi ricominciare?

Iulia lex populis ex quo, Faustine, renata est Atque intrare domos iussa Pudicitia est, Aut minus aut certe non plus tricesima lux est, Et nubit decimo iam Telesilla viro. Offendor moecha simpliciore minus. Da quando è stata ripristinata la legge Julia, Faustino, e l'imposizione della castità è entrata nelle case, son passati trenta giorni o forse meno, e Telesilla di già sposa il suo decimo marito. Offende di meno una semplice bagascia.

Si riferisce alla Lex Julia de maritandis ordinibus, voluta da Ottaviano Augusto nel 18 a. Le vedove dovevano risposarsi entro 90 giorni, le divorziate entro un anno, pena la perdita di parte dell'eredità. Stare iubes nostrum semper tibi, Lesbia, penem: Crede mihi, non est mentula, quod digitus. Tu licet et manibus blandis et vocibus instes, Te contra facies imperiosa tua est. Le pretese di Lesbia Lesbia, pretendi che il mio pene stia sempre dritto per te: Sebbene tu insista deliziandomi con le mani e incalzandomi con le parole, a render vani i tuoi sforzi si pone il tuo volto perentorio.

Tu poi pure insiste a tocchicciamme co' le mani delizziose e a dimme zozzerie ma quanno che vedo la faccia imperiosa che c'hai me fai passà la voja. Mentula tam magna est, quantus tibi, Papyle, nasus, Ut possis, quotiens arrigis, olfacere.

Quod tibi crura rigent saetis et pectora villis, verba putas famae te, Charideme, dare? Extirpa, mihi crede, pilos de corpore toto teque pilare tuas testificare natis.

Scis multos dicere multa: Dal momento che hai gambe irte di peli e petto villoso, tu pensi di far cessare le voci di pettegolezzi su di te? Tu sai che tanta gente chiacchera troppo: La gente mormora che Caridimo si dedichi alla fellatio; quindi gli conviene far sapere che si dedica solo alla pedicatio passiva in quanto la fellatio era considerata la pratica più degradante in assoluto;.

Non rudis indocta fecit me falce colonus: Dispensatoris nobile cernis opus. Nam Caeretani cultor ditissimus agri Hos Hilarus colles et iuga laeta tenet. Vicini, moneo, sanctum celebrate Priapum 10 Et bis septenis parcite iugeribus.

Oh vicini malintenzionati , io vi avviso, rispettate questo sacro Priapo 10 ed astenetevi dal saccheggiare questi quattordici jugeri. Accidit infandum nostrae scelus, Aule, puellae; Amisit lusus deliciasque suas: Non quales teneri ploravit amica Catulli Lesbia, nequitiis passeris orba sui, 5 Vel Stellae cantata meo quas flevit Ianthis, Cuius in Elysio nigra columba volat: Lux mea non capitur nugis neque moribus istis, Nec dominae pectus talia damna movent: Bis denos puerum numerantem perdidit annos, 10 Mentula cui nondum sesquipedalis erat.

Alla nostra fanciulla, Aulo, accadde una indicibile disgrazia; ella perse il suo trastullo e delizia: Cum tibi sit facies, de qua nec femina possit Dicere, cum corpus nulla litura notet, Cur te tam rarus cupiat repetatque fututor, Miraris? Vitium est non leve, Galla, tibi: Di facerent, ut tu loquereris et ille taceret: Offendor cunni garrulitate tui. Quis ridere potest fatui poppysmata cunni? Cum sonat hic, cui non mentula mensque cadit?

Dic aliquid saltem clamosoque obstrepe cunno, Et si adeo muta es, disce vel inde loqui. Preferirei che tu scorreggiassi: Quando lei risuona, a chi non precipiterebbe il cazzo e la ragione? Simmaco, uno dei dottori più citati da Marziale nei suoi epigrammi.

Qua ratione facis, cum sis Romana puella, Quod Romana tibi mentula nulla placet? Iam sex aut septem nupsisti, Galla, cinaedis, dum coma te nimium pexaque barba iuvat. Deinde experta latus madidoque simillima loro inguina nec lassa stare coacta manu, deseris inbelles thalamos mollemque maritum; rursus et in similes decidis usque toros.

Quaere aliquem Curios semper Fabiosque loquentem, hirsutum et dura rusticitate trucem: Difficile est vero nubere, Galla, viro. Non si trovan più i maschi d'una volta, Galla mia Di già, Galla, ti sposasti sei o sette checche pigliainculo, quando ancora ti deliziavi con l'esagerato capellone e la barba ben pettinata.

Arabe sex ambre aphrodite -

E lama e pugnale di tale forma furono rinvenuti nel ripostiglio di Forraxi Nioi presso Nuragus 90 e presso Tem- pio Ogni volta che ti alzi dalla poltroncina - già l'ho notato spesso - le tue infelici tuniche ti s'infilano tra le chiappe, arabe sex ambre aphrodite, Lesbia. E presso i Tirreni vi sono molte botteghe in cui molti artefici attendono a que- sta operazione come presso noi vi sono i ten- sori Di questa usanza si valgono molti dei 16 Vedila disegnata nel Bull. arabe sex ambre aphrodite In caso contrario, quest'arma del mio ventre ti allargherà, tanto che tu stessa sarai in grado di uscir dal tuo culo. Kit ans kat sottovento ottener Questa, certamente, dovea essere distesa in atto di adorazione, arabe sex ambre aphrodite. Del resto, non dobbiamo passare sotto si- lenzio un altro fatto, che è di qualche importanza, per potere rettamente giudicare questa que- stione. Inde tragus celeresque pili mirandaque matri Barba, nec in clara balnea luce placent. Le lame, come ad es. Essa ha allacciati ai piedi i sandali; e sotto i piedi sono due appendici di bronzo fusi insieme alla statuetta, che servivano, per mezzo dell'impiombatura, a tenerla ferma al piede- stallo di pietra.

Nescio, sed tu scis res superesse duas. Riderai a profusione, Sestillo, di chi sostiene che tu lo prendi in culo ed allungherai il dito medio mostrandoglielo.

Ma tu non sei un cultore, Sestillo, del culo né della fica, e neppur ti piace la calda bocca di Vetustina. Io non lo so', ma tu sai che son rimaste due possibilità.

Sestillo; diminutivo di Sextus , usato con accezione dispegiativa; il diminutivo vezzeggiativo è invece Sextilius Sestilio. Marziale propone una sorta di indovinello: Nei versi Marziale difende Sestillo dall'accusa di essere un cinaedus , colui che riceve la penetrazione anale, invitandolo a ridere di tali accuse ed a mostrare per tutta risposta il dito medio in segno di sfida; nei versi 3 e 4 lo scrittore enumera tutti i ruoli considerati maschili-attivi-penetrativi: L'epigramma è strutturato come un sillogismo: Sestillo non è cinaedus , premessa minore dei versi Sestillo non è pedico , fututor , irrumator , conclusione dei versi Sestillo è fellator o cunnilingus ; in ogni sezione ricorre il vocativo di Sestillo sempre nella medesima posizione metrica; si osservi che nella premessa maggiore difende la mascolinità di Sestillo e nella conclusione fulminante lo offende in modo peggiore, almeno secondo i canoni antichi romani per cui la peggiore depravazione per il maschio adulto era ricevere la penetrazione orale era questa la punizione canonica inflitta dal priapo all'adulto di sesso maschile.

Cur non basio te, Philaeni? Haec qui basiat, o Philaeni, fellat. Perché non ti bacio, Fileni? Chi bacia questo, Fileni mia, succhia un cazzo. Quae tibi non stabat praecisa est mentula, Glypte. Demens, cum ferro quid tibi? Glytto, il tuo uccello che non si rizzava fu reciso.

Di già eri castrato. Subdola famosae moneo fuge retia moechae, levior o conchis, Galle, Cytheriacis. Attento, guardati dalla subdola insidia di quella famosa zoccola, cazzomoscio, più liscio e viscido delle conchiglie di Citèra.

Fai affidamento sulle tue chiappe? Il marito non è solito metterlo in culo: Gallo; potrebbe riferirsi ad un nomen ma anche essere usato come riferimento alla impotenza del personaggio, il quale essendo liscio, ossia depilato, si presume potesse essere effeminato e di conseguenza, procedendo per stereotipi, anche poco mascolino cioé con difficoltà di erezione, da cui Gallo, il nome attribuito ai sacerdoti di Cibele che erano soliti castrarsi o evirarsi; Cytheriacus, a ,um: Uxorem nolo Telesinam ducere: Sed pueris dat Telesina.

Non voglio condurre Telesina in moglie: Ma Telesina si dedica ai ragazzi. Quod fellas et aquam potas, nil, Lesbia, peccas.

Qua tibi parte opus est, Lesbia, sumis aquam. Unus saepe tibi tota denarius arca Cum sit et hic culo tritior, Hylle, tuo, Non tamen hunc pistor, non auferet hunc tibi copo, Sed si quis nimio pene superbus erit.

Infelix venter spectat convivia culi Et semper miser hic esurit, ille vorat. Solitamente il tuo intero forziere contiene un solo denario che è più consumato, Hyllo, del tuo culo, e non te lo porterà via il fornaio, e neanche l'oste della taverna, ma andrà a qualche arrogante dotato d'un pene esagerato. Il triste stomaco assiste al banchetto del culo e sempre questo, sventurato, ha fame, quello, ingordo , divora. Quid de te, Line, suspicetur uxor et qua parte velit pudiciorem, certis indiciis satis probavit, custodem tibi quae dedit spadonem.

Nil nasutius hac maligniusque. Quel che sospetta di te tua moglie, Lino, e su quale parte lei desideri tu ti mantenga decoroso, lo ha dimostrato adeguatamente con indizi sicuri, nel momento che ti ha affidato a un custode eunuco. Non esiste qualcuno perspicace e dispettoso come lei. Nil nasutius hac maligniusque: Cum tibi vernarent dubia lanugine malae, lambebat medios inproba lingua viros. Postquam triste caput fastidia vispillonum et miseri meruit taedia carnificis, uteris ore aliter nimiaque aerugine captus adlatras nomen quod tibi cumque datur.

Haereat inguinibus potius tam noxia lingua: Successivamente la tua deplorevole persona si è prostituita agli sprezzanti becchini e alla noia del miserabile boia, usi la bocca in un altro modo e preso da una smodata cupidigia in qualunque momento urli rabbioso, qual latrato d'un cane, il nome che ti viene indicato. Una lingua tanto malefica è preferibile si incolli agli inguini: Quod pectus, quod crura tibi, quod bracchia vellis, Quod cincta est brevibus mentula tonsa pilis: Hoc praestas, Labiene, tuae - quis nescit?

Cui praestas, culum quod, Labiene, pilas? Ma il culo, Labieno, quello, per chi lo depili? Non vis in solio prius lavari quemquam, Cotile: Primus te licet abluas: Tu, Cotilo, desideri che nessuno seduto nel sedile della tinozza si lavi prima di te: Ti è consentito lavarti per primo: Marziale, suggerendo a Cotilo di lavare prima l'uccello e poi la faccia, allude al fatto che la sua bocca fosse la cosa più sporca, cioè che fosse un fellator, ponendo anche in evidenza che questa tra tutte le possibili pratiche sessuali fosse la più sporca ed ignobile.

Quod nimio gaudes noctem producere vino, Ignosco: Carmina quod scribis Musis et Apolline nullo, Laudari debes: Quod fellas, vitium dic mihi cuius habes? I vizi di Gauro Io ti scuso se col troppo vino trascorri lieto la notte: Per il fatto che scrivi versi senza alcuna ispirazione dalle Muse e da Apollo, devi esser lodato: Deliziarsi in allegri festini con abbondante cibo e bevande.

Praedia solus habes et solus, Candide, nummos, Aurea solus habes, murrina solus habes, Massica solus habes et Opimi Caecuba solus, Et cor solus habes, solus et ingenium. La moglie di Candido Tu solo possiedi i poderi e solo tuoi, Candido, sono i quattrini, solo tuo l'oro, solo tua la mirra, tu solo hai anfore di massica e caecuba di Opimio, e tuo solo è il sentimento, e tuo solo l'ingegno. Tu solo hai ogni cosa - questo, credimi, vorrei negarlo - ma la moglie, Candido, quella la condividi con il popolo intero.

Quod spirat tenera malum mordente puella, Quod de Corycio quae venit aura croco; Vinea quod primis floret cum cana racemis, Gramina quod redolent, quae modo carpsit ovis; Quod myrtus, quod messor Arabs, quod sucina trita, Pallidus Eoo ture quod ignis olet; Glaeba quod aestivo leviter cum spargitur imbre, Quod madidas nardo passa corona comas: Quid si tota dares illa sine invidia?

Il profumo dei tuoi baci Quello che emana da una tenera fanciulla mentre morde una mela, quello che si diffonde con un soffio dallo zafferano di Coricio; che proviene dalla vigna quando fiorisce resa cenerina per i primi grappoli, che si leva dal pascolo erboso, or ora brucato dalle pecore; l'odore del mirto, del mietitore arabo, dell'ambra fatta in pezzi, del fuoco reso pallido per l'incenso orientale che vi brucia ; che si spande dalla zolla d'erba dopo la lieve pioggia estiva, che si propaga dalla ghirlanda posta su chiome madide di nardo: Cosa sarebbe se me li dessi tutti senza farmeli penare?

Mentula cum doleat puero, tibi, Naevole, culus, Non sum divinus, sed scio quid facias. Vis futui, nec vis mecum, Saufeia, lavari. Nescio quod magnum suspicor esse nefas. Aut tibi pannosae dependent pectore mammae, Aut sulcos uteri prodere nuda times, 5 Aut infinito lacerum patet inguen hiatu, Aut aliquid cunni prominet ore tui.

Sed nihil est horum, credo, pulcherrima nuda es. Si verum est, vitium peius habes: La sciocca Saufeia Desideri esser fottuta, Saufeia, ma non hai voglia di lavarti con me. Non capendone il motivo sospetto si tratti d'una enorme bruttura. Forse le mammelle penzolano sbrindellate dal tuo petto, o da nuda temi di esporre le pieghe di grasso del ventre, o il lacero inguine si apre su una smisurata voragine, o piuttosto dalle labbra della tua fica fuoriesce qualcosa.

Ma non è nulla di tutto questo, io credo, e da nuda sei bellissima. Se è vero, hai un difetto peggiore: Dormis cum pueris mutuniatis, et non stat tibi, Galle, quod stat illis. Quid vis me, rogo, Phoebe, suspicari? Mollem credere te virum volebam, sed rumor negat esse te cinaedum. Dormi coi ragazzetti ben cazzuti, cazzomoscio, e quel che a loro stà ben ritto a te non resta duro. Cosa vuoi, mi chiedo, Phebo, ch'io supponga? Avrei preferito crederti una femminuccia, ma le voci negano che tu sia una checca pigliainculo.

Spesso quando Marziale si riferisce al rumor, le voci, le chiacchere, allude alla fellatio. Stare, Luperce, tibi iam pridem mentula desit, Luctaris demens tu tamen arrigere. Sed nihil erucae faciunt bulbique salaces, Inproba nec prosunt iam satureia tibi. Sic quoque non vivit sollicitata Venus. Mirari satis hoc quisquam vel credere possit, Quod non stat, magno stare, Luperce, tibi? Ormai da qualche tempo il cazzo non ti si drizza, Luperco, nondimeno tu lotti delirante cercando di fartelo indurire.

Ma non hanno alcun effetto la rucola e le cipolle afrodisiache, né in aggiunta ti è utile la famigerata santoreggia. Nel primo verso usa stare nel senso di erezione, nel verso 8 usa col medesimo significato stat ed anche magno stare alludendo invece al grande costo dei suoi tentativi per ritrovare l'erezione.

Rem peragit nullam Sertorius, inchoat omnes. Hunc ego, cum futuit, non puto perficere. Su Sertorio, che nulla termina Sertorio tutto incomincia, alcun cosa termina. Anche quando scopa, io ritengo, non finisce. Narrat te, Chione, rumor numquam esse fututam Atque nihil cunno purius esse tuo. Tecta tamen non hac, qua debes, parte lavaris: Si pudor est, transfer subligar in faciem.

Tuttavia la parte coperta che devi lavare alle terme non è questa: Sunt gemini fratres, diversa sed inguina lingunt. Dicite, dissimiles sunt magis, an similes? Sono fratelli gemelli, ma leccano genitali opposti. Voi che dite, sono più diversi, o più somiglianti? Per Marziale sono assai simili, in quanto entrambe le cose erano considerate una depravazione per un uomo.

Cum tibi trecenti consules, Vetustilla, Et tres capilli quattuorque sint dentes, Pectus cicadae, crus colorque formicae; Rugosiorem cum geras stola frontem 5 Et araneorum cassibus pares mammas; Cum conparata rictibus tuis ora Niliacus habeat corcodilus angusta, Meliusque ranae garriant Ravennates, Et Atrianus dulcius culex cantet, 10 Videasque quantum noctuae vident mane, Et illud oleas quod viri capellarum, Et anatis habeas orthopygium macrae, Senemque Cynicum vincat osseus cunnus; Cum te lucerna balneator extincta 15 Admittat inter bustuarias moechas; Cum bruma mensem sit tibi per Augustum Regelare nec te pestilentia possit: Audes ducentas nuptuire post mortes Virumque demens cineribus tuis quaeris 20 Prurire.

Quid si Sattiae velit saxum? Quis coniugem te, quis vocabit uxorem, Philomelus aviam quam vocaverat nuper? Quod si cadaver exigis tuum scalpi, Sternatur Acori de triclinio lectus, 25 Talassionem qui tuum decet solus, Ustorque taedas praeferat novae nuptae: Intrare in istum sola fax potest cunnum.

Chi desidera il sasso tombale di Sattia? Chi mai si unirà a te, chi ti chiamerà moglie, quando Filomelo non tanto tempo fa' già ti chiamava nonna? Se pretendi che qualcuno scavi fuori il tuo cadavere, che si prepari il letto del triclinio infernale 25 il solo adeguato al tuo talamo nuziale, e il crematore porti dinnanzi alla nuova sposa la torcia: Cinico, appartenente alla scuola filosofica dei Cinici. Lingis, non futuis meam puellam Et garris quasi moechus et fututor.

Si te prendero, Gargili, tacebis. Quel fanfarone di Gargilio Non fotti la mia ragazza, la lecchi e blateri quasi tu fossi un adultero e sciupafemmine. Se ti acchiappo, Gargilio, tacerai.

Quod siccae redolet palus lacunae, Crudarum nebulae quod Albularum, Piscinae vetus aura quod marinae, Quod pressa piger hircus in capella, 5 Lassi vardaicus quod evocati, Quod bis murice vellus inquinatum, Quod ieiunia sabbatariarum, Maestorum quod anhelitus reorum, Quod spurcae moriens lucerna Ledae, 10 Quod ceromata faece de Sabina, Quod volpis fuga, viperae cubile, Mallem quam quod oles olere, Bassa.

La puzza di Bassa Quello che la palude esala dalla pozza prosciugata, quello del miasma delle indigeste acque albule, lo stantio fetore del vivaio marino, del pigro caprone mentre monta la capretta, 5 quello dei vecchi calzari dello stanco veterano richiamato, della mantella di lana ormai tinta due volte con la porpora, il fiato delle donne ebree che fanno il digiuno, l'affannoso respiro degli smorti furfanti riconosciuti colpevoli, la lucerna che stà per spegnersi in casa della lurida Leda, 10 l'unguento ottenuto dalla posatura di olio Sabino, quello della volpe che fugge spaventata , che proviene dalla tana d'una vipera, preferirei puzzare di tutto questo, Bassa, piuttosto che emanare il tuo tanfo.

Le acque di Albula: Cur, here quod dederas, hodie, puer Hylle, negasti, durus tam subito, qui modo mitis eras? Sed iam causaris barbamque annosque pilosque. O nox quam longa es, quae facis una senem!

Ma adesso porti a giustificazione la barba, gli anni, i peli. Oh, notte, come sei lunga, che da sola rendi un uomo vecchio! Perché ti prendi gioco di me? Ieri eri un ragazzo, Hyllo, ma dimmi, come hai fatto oggi a stabilire che sei un uomo?

Non dixi, Coracine, te cinaedum: Si dixi, Coracine, te cinaedum, iratam mihi Pontiae lagonam, iratum calicem mihi Metili: Hoc leve et pusillum, quod notum est, quod et ipse non negabis, dixi te, Coracine, cunnilingum. Coracino leccafica Non ho detto, Coracino, che tu sei un pigliainculo: Se mai avessi detto, Coracino, che sei una frocia, ch'io potessi conoscere il veleno della fiasca di Ponzia, ch'io potessi conoscere il veleno del calice di Metilio: Cosa ho detto allora?

Cibele, appartenente a Cibele; un culto officiato da sacerdoti, detti Galli, che si erano castrati per rendere onore alla divinità. Percidi gaudes, percisus, Papyle, ploras. Cur, quae vis fieri, Papyle, facta doles? Godi a essere inculato, Papilo, e dopo esserti fatto inculare piangi e ti lamenti. Perché mai, Papilo, quel che desideri che accada, una volta accaduto ti fà soffrire? Sei forse rammaricato del tuo osceno desiderio? O piuttosto, Papilo, versi lacrime perché hai terminato di farti inculare, e vuoi ricominciare?

Iulia lex populis ex quo, Faustine, renata est Atque intrare domos iussa Pudicitia est, Aut minus aut certe non plus tricesima lux est, Et nubit decimo iam Telesilla viro. Offendor moecha simpliciore minus. Da quando è stata ripristinata la legge Julia, Faustino, e l'imposizione della castità è entrata nelle case, son passati trenta giorni o forse meno, e Telesilla di già sposa il suo decimo marito. Offende di meno una semplice bagascia. Si riferisce alla Lex Julia de maritandis ordinibus, voluta da Ottaviano Augusto nel 18 a.

Le vedove dovevano risposarsi entro 90 giorni, le divorziate entro un anno, pena la perdita di parte dell'eredità. Stare iubes nostrum semper tibi, Lesbia, penem: Crede mihi, non est mentula, quod digitus. Tu licet et manibus blandis et vocibus instes, Te contra facies imperiosa tua est.

Le pretese di Lesbia Lesbia, pretendi che il mio pene stia sempre dritto per te: Sebbene tu insista deliziandomi con le mani e incalzandomi con le parole, a render vani i tuoi sforzi si pone il tuo volto perentorio.

Tu poi pure insiste a tocchicciamme co' le mani delizziose e a dimme zozzerie ma quanno che vedo la faccia imperiosa che c'hai me fai passà la voja. Mentula tam magna est, quantus tibi, Papyle, nasus, Ut possis, quotiens arrigis, olfacere. Quod tibi crura rigent saetis et pectora villis, verba putas famae te, Charideme, dare?

Extirpa, mihi crede, pilos de corpore toto teque pilare tuas testificare natis. Scis multos dicere multa: Dal momento che hai gambe irte di peli e petto villoso, tu pensi di far cessare le voci di pettegolezzi su di te? Tu sai che tanta gente chiacchera troppo: La gente mormora che Caridimo si dedichi alla fellatio; quindi gli conviene far sapere che si dedica solo alla pedicatio passiva in quanto la fellatio era considerata la pratica più degradante in assoluto;.

Non rudis indocta fecit me falce colonus: Dispensatoris nobile cernis opus. Nam Caeretani cultor ditissimus agri Hos Hilarus colles et iuga laeta tenet. Vicini, moneo, sanctum celebrate Priapum 10 Et bis septenis parcite iugeribus. Oh vicini malintenzionati , io vi avviso, rispettate questo sacro Priapo 10 ed astenetevi dal saccheggiare questi quattordici jugeri.

Accidit infandum nostrae scelus, Aule, puellae; Amisit lusus deliciasque suas: Non quales teneri ploravit amica Catulli Lesbia, nequitiis passeris orba sui, 5 Vel Stellae cantata meo quas flevit Ianthis, Cuius in Elysio nigra columba volat: Lux mea non capitur nugis neque moribus istis, Nec dominae pectus talia damna movent: Bis denos puerum numerantem perdidit annos, 10 Mentula cui nondum sesquipedalis erat.

Alla nostra fanciulla, Aulo, accadde una indicibile disgrazia; ella perse il suo trastullo e delizia: Cum tibi sit facies, de qua nec femina possit Dicere, cum corpus nulla litura notet, Cur te tam rarus cupiat repetatque fututor, Miraris? Vitium est non leve, Galla, tibi: Di facerent, ut tu loquereris et ille taceret: Offendor cunni garrulitate tui. Quis ridere potest fatui poppysmata cunni? Cum sonat hic, cui non mentula mensque cadit? Dic aliquid saltem clamosoque obstrepe cunno, Et si adeo muta es, disce vel inde loqui.

Preferirei che tu scorreggiassi: Quando lei risuona, a chi non precipiterebbe il cazzo e la ragione? Simmaco, uno dei dottori più citati da Marziale nei suoi epigrammi. Qua ratione facis, cum sis Romana puella, Quod Romana tibi mentula nulla placet?

Iam sex aut septem nupsisti, Galla, cinaedis, dum coma te nimium pexaque barba iuvat. Deinde experta latus madidoque simillima loro inguina nec lassa stare coacta manu, deseris inbelles thalamos mollemque maritum; rursus et in similes decidis usque toros. Quaere aliquem Curios semper Fabiosque loquentem, hirsutum et dura rusticitate trucem: Difficile est vero nubere, Galla, viro.

Non si trovan più i maschi d'una volta, Galla mia Di già, Galla, ti sposasti sei o sette checche pigliainculo, quando ancora ti deliziavi con l'esagerato capellone e la barba ben pettinata.

Tu infatti cerchi qualcuno che parli di continuo degli austeri Curii e Fabii, che sia ruvido e inflessibile nella sua rusticana fierezza: È difficile, Galla mia, trovare un uomo da sposare che sia un vero maschio.

Ficosa est uxor, ficosus et ipse maritus, Filia ficosa est et gener atque nepos, Nec dispensator nec vilicus ulcere turpi Nec rigidus fossor, sed nec arator eget. Cum sint ficosi pariter iuvenesque senesque, Res mira est, ficos non habet unus ager. La moglie ha le emorroidi, e lo stesso marito ha le emorroidi, la figlia ha le emorroidi e il genero e il nipote, e non sono esenti dalla vergognosa piaga né l'economo né il fattore né il rozzo zappatore, ma neanche l'aratore.

Poiché hanno emorroidi che paion fichi tanto i giovani quanto i vecchi, è cosa veramente notevole che nel campo non ci sia un sol fico. Vis futui gratis, cum sis deformis anusque. Desideri esser scopata gratis, mentre sei una vecchiaccia deforme. La cosa è veramente ridicola: Formosissima quae fuere vel sunt, Sed vilissima quae fuere vel sunt, O quam te fieri, Catulla, vellem Formosam minus aut magis pudicam!

Oh, Catulla, se tu fossi meno troia La più ben fatta di quante furono e sono, ma la più troia di quante furono e sono, Oh come desidererei, Catulla, che tu fossi meno ben fatta o un poco più decente!

Cum sis ipsa domi mediaque ornere Subura, Fiant absentes et tibi, Galla, comae, Nec dentes aliter quam Serica nocte reponas, Et iaceas centum condita pyxidibus, 5 Nec tecum facies tua dormiat, innuis illo, Quod tibi prolatum est mane, supercilio, Et te nulla movet cani reverentia cunni, Quem potes inter avos iam numerare tuos.

Promittis sescenta tamen; sed mentula surda est, 10 Et sit lusca licet, te tamen illa videt. Nel mentre che tu sei in casa nel mezzo della Suburra, Galla, i tuoi capelli vengon risistemati altrove, e non diversamente mancan i denti che alla notte riponi come fosser vesti di seta, e dormi sepolta da cento vasetti di unguenti , 5 né con te dorme il tuo volto, e fai un cenno, con quel sopracciglio che hai rifatto stamane, e non mostri rispetto per la tua fica ormai canuta, che potresti già elencare fra i tuoi antenati.

Eppur prometti seicento delizie ; ma il cazzo è sordo, 10 e benché abbia un sol occhio, nondimeno quello ti vede bene.

Pontice, quod numquam futuis, sed paelice laeva Uteris et Veneri servit amica manus, Hoc nihil esse putas?

Omnia perdiderat, si masturbatus uterque Mandasset manibus gaudia foeda suis. Ipsam crede tibi naturam dicere rerum: Ascolta cosa ti dice la natura stessa delle cose: Tuttavia mi pare che nel contesto: Nil est tritius Hedyli lacernis: Non ansae veterum Corinthiorum, Nec crus compede lubricum decenni, Nec ruptae recutita colla mulae, Nec quae Flaminiam secant salebrae, Nec qui litoribus nitent lapilli, Nec Tusca ligo vinea politus, Nec pallens toga mortui tribulis, Nec pigri rota quassa mulionis, Nec rasum cavea latus visontis, Nec dens iam senior ferocis apri.

Res una est tamen: Non c'è nulla di più logoro del mantello di Edilo: Lascivam tota possedi nocte puellam, Cuius nequitias vincere nemo potest. Fessus mille modis illud puerile poposci: Ante preces totas primaque verba dedit. Pollicitast nulla luxuriosa mora. Sed mihi pura fuit; tibi non erit, Aeschyle, si vis Accipere hoc munus condicione mala.

Stanco delle mille posizioni pretesi quella dei ragazzini: Ma con me rimase pura; non lo sarà con te, Eschilo, se desidererai accettare questo dono ad una condizione infame. O forse un pissing Nell'epigramma si nota un crescendo di richieste depravate diminuendo al contempo la certezza nella risposta accondiscendente e la chiarezza di cosa effettivamente si tratti: Cum futuis, Polycharme, soles in fine cacare.

Cum pedicaris, quid, Polycharme, facis? Indovina indovinello Quando scopi, Policarmo, subito dopo aver finito sei solito cacare. Ma quando lo pigli in culo, Policarmo, dopo, cosa fai? Nei due versi compare due volte il vocativo del personaggio e cinque differenti verbi. Questo sueggerisce che Policarmo cagasse istantaneamente dopo l'orgasmo.

Policarmo nome di etimologia greca: Arrectum quotiens Marulla penem Pensavit digitis diuque mensa est, libras, scripula sextulasque dicit; idem post opus et suas palaestras loro cum similis iacet remisso, quanto sit levior Marulla dicit. Non ergo est manus ista, sed statera. Ogni volta che Marulla soppesa con le dita e valuta lungamente un pene eretto, ne stabilisce con precisione il peso in libbre e nelle sue frazioni; quando lo stesso pisello dopo il lavoro di fortificazione e le sue ginnastiche giace moscio come una frusta, Marulla stabilisce di quanto si sia alleggerito.

Non è una mano, dunque, questa, ma una statèra. Sta tipa ar posto de la mano s'aritrova 'na statèra. Cum duo venissent ad Phyllida mane fututum et nudam cuperet sumere uterque prior, promisit pariter se Phyllis utrique daturam, et dedit: Quid vellis vetulum, Ligeia, cunnum? Quid busti cineres tui lacessis? Tales munditiae decent puellas - Nam tu iam nec anus potes videri -; Istud, crede mihi, Ligeia, belle Non mater facit Hectoris, sed uxor.

Erras, si tibi cunnus hic videtur, Ad quem mentula pertinere desit. Quare si pudor est, Ligeia, noli Barbam vellere mortuo leoni. Come mai, Ligeia, ti depili la fica stagionata? Perché ridesti le reliquie del tuo rogo? Tali raffinatezze si addicono alle fanciulle - e ancora non riesci a veder la vecchiaccia che sei -; codesta gradevolezza, credimi Ligeia, non la mette in pratica la madre di Ettore ma la moglie. Tu sbagli, se questa, per la quale il cazzo ha ormai perso ogni interesse, ti dovesse sembrare una fica.

Quaeris cur nolim te ducere, Galla? Diserta es, saepe soloecismum mentula nostra facit. Errori del cazzo Tu chiedi perché io non desideri una relazione con te, Galla? Tu sei eloquente, e frequentemente il mio cazzo fa' errori di grammatica.

Tu parli bbene, Ma ch'ho 'n cazzo che ffa' 'n pacco de erori de granmatica. Lydia tam laxa est, equitis quam culus aheni, Quam celer arguto qui sonat aere trochus, Quam rota transmisso totiens inpacta petauro, Quam vetus a crassa calceus udus aqua, Quam quae rara vagos expectant retia turdos, Quam Pompeiano vela negata noto, Quam quae de pthisico lapsa est armilla cinaedo, Culcita Leuconico quam viduata suo, Quam veteres bracae Brittonis pauperis, et quam Turpe Ravennatis guttur onocrotali.

Hanc in piscina dicor futuisse marina. Nescio; piscinam me futuisse puto. La fica sfranta di Lidia La fica di Lidia è tanto slargata, quanto il culo d'un cavallo di bronzo, quanto la veloce ruota di ferro che risuona squillante nell'aria, quanto il cerchio colpito tanto spesso saltando dal trampolino, quanto un vecchio calzare inzuppato dall'acqua melmosa, quanto le reti che tendono l'agguato ai rari tordi vagabondi, quanto il velario del teatro pompeiano senza vento, quanto il braccialetto scivolato in terra dal braccio d'una checca tisica, quanto un cuscino che venga orbato della sua imbottitura Leuconica, quanto le brache consunte d'un Brettone morto di fame, ed anche quanto l'orrida gola d'un pellicano Ravennate.

Dicono che me la sia scopata in una piscina di mare. Io non so; credo d'essermi scopato l'intera piscina. Mollia quod nivei duro teris ore Galaesi Basia, quod nudo cum Ganymede iaces, Quis negat? Sed sit satis; inguina saltem Parce fututrici sollicitare manu. Inde tragus celeresque pili mirandaque matri Barba, nec in clara balnea luce placent. Ma ti basti; per lo meno evita di sollecitare gli inguini con la mano libidinosa.

La natura ha diviso il maschio: Usa la parte che ti è stata assegnata. Illa salax nimium nec paucis nota puellis stare Lino desit mentula. Quel cazzo di Lino libidinoso oltre misura e assai noto alle fanciulle non riesce più a restar duro. Invasit medici Nasica phreneticus Eucti et percidit Hylan. Hic, puto, sanus erat. Io penso che fosse sano di mente. Languida cum vetula tractare virilia dextra coepisti, iugulor pollice, Phylli, tuo: Quando la tua destra stagionata inizia a maneggiare il mio languido membro virile, Fillio, col tuo pollice lo strangoli: Os male causidicis et dicis olere poetis.

Sed fellatori, Zoile, peius olet. Tu affermi che la bocca degli avvocati e dei poeti puzza. Tuttavia, Zoilo, quella dei succhiacazzi puzza assai di più. Deprensum in puero tetricis me vocibus, uxor, Corripis et culum te quoque habere refers. Dixit idem quotiens lascivo Iuno Tonanti! Ille tamen grandi cum Ganymede iacet. Tu Megaran credis non habuisse natis?

Torquebat Phoebum Daphne fugitiva: Briseïs multum quamvis aversa iaceret, 10 Aeacidae propior levis amicus erat. Parce tuis igitur dare mascula nomina rebus, Teque puta cunnos, uxor, habere duos.

Alla moglie Moglie, tu mi scopri con un ragazzino, e con voce severa mi rimproveri affermando che anche tu hai un culo. Quante volte Giunone disse lo stesso al bramoso Giove tonante! Quello tuttavia giace col prediletto Ganimede. Dafne fuggente era il tormento dello splendente Apollo: Quante vorte Giunone disse l'istessa cosa a Giove attizzato ma quello preferisce de stassene co' Ganimede prediletto.

Mollato l'arco Ercole faceva piegà Iolao: Dafne faceva la preziosa e Apollo splendido se tormentava: Briseide malizziosa se metteva a pecora ma Achille se divertiva co' l'ammichetto senza peli. Iam nisi per somnum non arrigis et tibi, Mevi, Incipit in medios meiere verpa pedes, Truditur et digitis pannucea mentula lassis Nec levat extinctum sollicitata caput. Quid miseros frustra cunnos culosque lacessis?

Ormai non ti si rizza se non nel sonno, Mevio, e il pisello comincia a spisciazzare in mezzo ai tuoi piedi, e il moscio cazzo raggrinzito dev'esser ficcato con le dita e pur sollecitato non solleva il capo, ormai privo di vita. Perché tormenti inutilmente fiche e culi sventurati? Mira più in alto: Incipit in medios meiere verpa pedes: Mira più in alto; si riferisce alla bocca.

Omnia femineis quare dilecta catervis balnea devitat Lattara? Cur nec Pompeia lentus spatiatur in umbra, nec petit Inachidos limina? Cur Lacedaemonio luteum ceromate corpus perfundit gelida Virgine? Cum sic feminei generis contagia vitet, cur lingit cunnum Lattara? Per non scopare Perché Lattara evita tutti i bagni pubblici tanto amati da frotte di ragazze?

E perché non passeggia indolente all'ombra del portico di Pompeo, e non desidera entrare nella casa di Giunone? Perché si lava il corpo nella gelida acqua Vergine rimuovendo il giallo unguento Spartano? Poiché evita con tanta attenzione il contatto col genere femminile, perché Lattara lecca la fica? Inachide figlia di Inaco , cioè Io; Io era una sacerdotessa di Era, la moglie di Giove, nota nella mitologia romana col nome di Giunone e quindi la casa di Inachide, ossia di Io, era il tempio di Era o Giunone.

Lacedemone, città del Peloponneso, nota come Sparta. Sit Phlogis an Chione Veneri magis apta, requiris?

Pulchrior est Chione; sed Phlogis ulcus habet, ulcus habet Priami quod tendere possit alutam quodque senem Pelian non sinat esse senem, ulcus habet quod habere suam vult quisque puellam, quod sanare Criton, non quod Hygia potest: Exorare, dei, si vos tam magna liceret et bona velletis tam pretiosa dare, hoc quod habet Chione corpus faceretis haberet ut Phlogis, et Chione quod Phlogis ulcus habet.

Tu mi chiedi se sia Phlogis o Chione la più adatta ai giochi erotici? Spectas nos, Philomuse, cum lavamur, et quare mihi tam mutuniati sint leves pueri, subinde quaeris.

Dicam simpliciter tibi roganti: Hystericam vetulo se dixerat esse marito et queritur futui Leda necesse sibi; sed flens atque gemens tanti negat esse salutem seque refert potius proposuisse mori. Vir rogat, ut vivat virides nec deserat annos, et fieri, quod iam non facit ipse, sinit. Protinus accedunt medici medicaeque recedunt, tollunturque pedes. Leda aveva detto all'attempatello marito d'esser isterica e ora si rammarica per il suo bisogno d'una scopata; eppur tra pianti e gemiti nega che la sua salute valga tanto e ripete d'aver intenzione piuttosto di morire.

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